Una breve scheda per fare chiarezza sul Ceta

18 luglio 2017

Scheda sintetica per fare chiarezza sui principali punti del CETA

1. Il CETA introduce un meccanismo di deregolamentazione degli scambi e degli investimenti: FALSO!
Gli scambi commerciali tra Unione europea e Canada avvenivano anche prima che l’accordo fosse negoziato. L’obiettivo dell’accordo, ma in generale di tutti gli accordi commerciali, deve essere proprio quello di regolamentare gli scambi, proprio per garantire che le merci canadesi importate in Europa rispettino i requisiti e gli alti standard europei, ad esempio, in materia di sicurezza alimentare e protezione dei consumatori. Il CETA favorirà le imprese europee grazie all’eliminazione del 99% dei dazi (imposte) che devono pagare alle dogane canadesi. Lo stesso varrà per le imprese canadesi che esportano verso l’UE. La maggior parte dei dazi doganali sarà eliminata non appena il CETA entrerà in vigore. Dopo sette anni tutti i dazi doganali sui prodotti industriali spariranno. Sin dal primo giorno, il Canada eliminerà i dazi doganali sulle esportazioni dell’UE per un valore di 400 milioni di euro l’anno, che aumenteranno poi a 500 milioni di euro all’anno al termine dei periodi transitori. Ciò renderà le imprese europee più competitive sul mercato canadese. Le imprese europee potranno inoltre beneficiare di parti, componenti e altri fattori di produzione provenienti dal Canada che utilizzano per fabbricare i loro prodotti.

2. Il CETA provoca un’apertura indiscriminata a prodotti agroalimentari di un Paese con regole e controlli difformi: FALSO!
L’Italia è il secondo maggior esportatore di prodotti alimentari trasformati tra gli Stati Membri dell’Unione Europea, rappresentando il 23% di tutte le esportazioni UE di alimenti trasformati in Canada. In termini assoluti, le esportazioni italiane di prodotti alimentari trasformati verso il Canada sono state di 528 milioni di euro nel 2015. L’Italia è per il Canada il terzo esportatore di vino, il suo secondo esportatore di pasta e di formaggio e il principale esportatore di olio d’oliva. Il mercato canadese rappresenta già oggi il 16% delle esportazioni agroalimentari italiane e il prodotto canadese più importato in UE (32% delle importazioni) e in Italia (68% delle importazioni) è il grano duro. Il prodotto italiano più esportato in Canada è il vino (41% delle esportazioni).
Questi dati prescindono dall’accordo CETA, il che dimostra che anche se non entrasse in vigore continueremmo a commerciare con il Canada. Con il CETA si prevede la liberalizzazione del 90,9% delle linee tariffarie agricole al momento dell’entrata in vigore, ma si prevede altresì un sistema di quote per i prodotti più sensibili. Il comparto avicolo (polli e uova) è invece escluso da ogni forma di liberalizzazione tariffaria. I maggiori interessi offensivi dell’UE sono rappresentati dalle opportunità per il comparto lattiero-caseario, in particolare formaggi, il comparto vitivinicolo, il comparto ortofrutticolo. I comparti europei più “sensibili” ad una apertura del mercato europeo al Canada sono rappresentati invece dal settore cerealicolo, dalle carni bovine e suine.
Rispetto al grano duro, la regolamentazione dell’Unione in materia di dazi doganali (Reg. UE n. 147 del 14/2/2014) adottando un meccanismo di calcolo che prende in considerazione il corso dei prezzi degli ultimi due anni, ha portato ad un dazio pari a 0 (zero) sulle importazioni di grano sia duro che
tenero di alta, media e bassa qualità dal Canada. L’accordo non va quindi ad impattare sull’attuale regime tariffario per questo settore.
Nel capitolo relativo alla cooperazione regolamentare (Capitolo 21.5) si specifica che a nessuna della parti è in alcun modo impedito adottare misure regolamentari o perseguire priorità, valori o approcci normativi differenti in virtù di un particolare interesse, specificando che ulteriori forme di cooperazione regolamentare, sono applicate su base volontaria con l’esclusione di aree relative alla sicurezza alimentare (art. 21.7), che dovrà rimanere dunque al di fuori di un eventuale tracciato normativo comune.

3. Il CETA mette a rischio la nostra sicurezza alimentare: FALSO!
Riguardo proprio alla sicurezza alimentare, è utile citare la Dichiarazione della Commissione allegata all’accordo sulla proroga del divieto di sostanze ad azione ormonica a fini di stimolazione della crescita degli animali da azienda (come carne bovina trattata con ormoni): “La Commissione ribadisce che nessuna disposizione del CETA ha ripercussioni di alcun tipo sulla normativa dell’Unione europea in materia di carne bovina trattata con ormoni. In particolare, il CETA non contiene obblighi supplementari per l’Unione europea riguardo all’importazione di carne bovina trattata con ormoni. L’Unione europea sarà pertanto libera di continuare ad applicare la propria legislazione in vigore sul divieto di sostanze ad azione ormonica a fini di stimolazione della crescita degli animali d’azienda (direttiva 96/22/CE, modificata dalla direttiva 2003/74/CE), che le consente di continuare a vietare la produzione o l’importazione di carne e prodotti forniti da animali trattati con tali sostanze. In tale contesto, la Commissione ricorda che i paesi terzi che sono autorizzati a esportare carne nell’UE e consentono l’utilizzo di stimolatori di crescita ad uso interno sono tenuti a porre in essere sistemi produttivi separati onde assicurare l’assenza di sostanze vietate per le carni esportate nell’UE.(…)”.
Trattando il tema del rispetto delle norme, regole e standard non posso non fare riferimento ad uno dei principi cardine dell’Unione europea, ovvero il principio di precauzione. Proprio per le preoccupazioni dimostrate da cittadini, associazioni, sindacati, europarlamentari e governi degli Stati membri stessi in merito alla presenza di una disposizione che dichiari la necessità del rispetto del principio di precauzione nel trattato, la Commissione europea ha provveduto ad includere una dichiarazione, tra quelle di accompagnamento alla ratifica del CETA, proprio su questo tema nella quale ribadisce che “ il CETA mantiene la possibilità per l’Unione europea e gli Stati membri di applicare i loro principi fondamentali che disciplinano le attività di regolamentazione (…) Di conseguenza la Commissione conferma che nulla nell’accordo CETA impedisce l’applicazione del principio della precauzione nell’Unione europea come stabilito dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea.”
Inoltre nel capitolo 6 sulle misure sanitarie e fitosanitarie, che riguarda la sicurezza alimentare e la salute degli animali e delle piante, si inserisce il concetto di equivalenza. All’articolo 5.6 dell’accordo si stabilisce che la parte importatrice “accetta le misure sanitarie e fitosanitarie della parte esportatrice come equivalente alla sua, se la parte esportatrice dimostra obiettivamente alla parte importatrice che la sua misura raggiunge il livello adeguato di protezione sanitaria e fitosanitaria”. Il capitolo prevede inoltre che UE e Canada possano decidere di effettuare verifiche in qualsiasi momento su tutto o parte del programma di controllo dell’autorità competente dell’altra parte (art 5.8). Questo capitolo assicura anche che vengano rispettate le misure di entrambe le parti sulla
sicurezza alimentare e la salute degli animali e delle piante, senza che queste creino ostacoli ingiustificati agli scambi.

4. Con il CETA si avrà un’invasione di prodotti di imitazione Made in Italy e Italian sounding: FALSO!
Il CETA contiene un capitolo relativo alla proprietà intellettuale che include disposizioni sulla tutela e promozione delle indicazioni geografiche europee in Canada. Su 143 indicazioni geografiche europee(IG) presenti nella lista, ben 41 sono italiane – con la possibilità di integrare la lista successivamente alla ratifica -, alle quali le autorità canadesi devono garantire un livello di tutela assimilabile a quello del sistema europeo. La protezione fornita dalle autorità non riguarderà solo la cessazione di pratiche scorrette da parte dei produttori canadesi, ma si estenderà a controlli e sanzioni sui prodotti d’importazione. Un esempio concreto riguarda il riconoscimento del marchio di origine del prosciutto crudo di Parma; ad oggi, infatti, il Canada vieta la commercializzazione di questa eccellenza con il suo nome a causa di un marchio omonimo registrato per un alimento di produzione canadese. Inoltre, si inserisce tra le disposizioni il divieto di evocazione, che nega la possibilità di utilizzare termini, simboli, immagini, bandiere che richiamino in maniera ingannevole il luogo di origine di un prodotto, segnando un passo in avanti per la lotta contro il c.d. Italian sounding, pratiche che, infatti, colpiscono in maniera particolare i prodotti agroalimentari del Made in Italy. Il testo non include alcuna denominazione canadese che debba essere riconosciuta dall’UE.

5. Il CETA introduce un sistema di cooperazione regolamentare che può portare governi ed imprese a sindacare direttamente qualsiasi misura che leda la libera concorrenza: FALSO!
Il Capitolo 21 dell’Accordo CETA è dedicato alla cooperazione regolamentare che ha carattere completamente facoltativo e non impone nessun obbligo in capo a Stati membri e Unione europea. L’obiettivo del capitolo è piuttosto quello di stabilire una piattaforma all’interno della quale le autorità di regolamentazione delle due Parti possano da un lato confrontarsi sulla comprensione reciproca della rispettiva governance regolamentare, e dall’altro tenere aperto il dialogo sui rispettivi sistemi normativi e su nuovi modi di lavoro per la cooperazione in settori specifici che, mi preme ricordarlo, sono molto complessi poiché eterogenei anche all’interno dell’UE stessa.
La piattaforma, che avrà la forma di un Forum, servirà ad individuare aree dove si potrà promuovere, quando e se possibile, la convergenza delle norme alla luce delle buone pratiche sviluppate dalle Parti in materia di valutazione e gestione dei rischi, in materia di efficacia dell’applicazione dei regolamenti e degli impatti associati, tenendo come base di riferimento il rispetto delle rispettive legislazioni.
Un esempio palese di come le due Parti possono impegnarsi per rimuove quegli ostacoli tecnici al commercio che impediscono di fatto alle imprese, soprattutto alle più piccole, di esportare è proprio quello del mutuo riconoscimento dei certificati di valutazione di conformità dei prodotti in alcuni settori specifici. Con certificati di valutazione di conformità dei prodotti ci si riferisce a quei test che dimostrano che un prodotto è stato testato e soddisfa i requisiti di salute, sicurezza, tutela del consumatore, norme ambientali che vi si riferiscono. Nel caso in cui l’Unione europea e il Canada considerino che i test relativi a determinati prodotti siano equivalenti (es. i crash test per le auto), si può decidere di ridurre i requisiti regolatori duplicati e i costi di conformità conseguenti, a beneficio di chi questi costi oggi non può affrontarli. Così, ad esempio, un’impresa dell’UE che vuole vendere
un giocattolo in Canada avrà bisogno solo di ottenere il suo prodotto testato una volta in Europa, dove gli verrà rilasciato un certificato già valido per raggiungere il mercato canadese.
I settori per i quali si applica il principio di equivalenza per i test nel CETA sono quelli indicati nel Protocollo sulla reciproca accettazione dei risultati della valutazione della conformità e in particolare:

A) apparecchiature elettriche ed elettroniche, comprese le installazioni elettriche e gli apparecchi elettrici e relativi componenti;
B) apparecchiature terminali di radiocomunicazione e di telecomunicazione;
C) compatibilità elettromagnetica (EMC);
D) giocattoli;
E) Prodotti da costruzione;
F) macchine, comprese le parti, i componenti, compresi i componenti di sicurezza, le apparecchiature intercambiabili e gli assiemi delle macchine;
G) strumenti di misura;
H) caldaie ad acqua calda, compresi gli apparecchi collegati;
I) Apparecchiature, macchine, apparecchiature, dispositivi, componenti di comando, sistemi di protezione, dispositivi di sicurezza, dispositivi di controllo e dispositivi di regolazione e relativi sistemi di strumentazione e di prevenzione e rilevazione per l’impiego in atmosfere potenzialmente esplosive (apparecchiature ATEX);
J) Apparecchi per l’uso all’aperto per quanto riguarda l’emissione di rumore nell’ambiente; e
K) imbarcazioni da diporto, compresi i loro componenti.

6. Nel CETA non vi è alcuna clausola relativa ai diritti dei lavoratori: FALSO!
Il CETA comprende un capitolo sullo sviluppo sostenibile ed un capitolo specifico su commercio e lavoro. In quest’ultimo l’UE e il Canada si impegnano a rispettare le norme del lavoro fissate dall’ OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) e alla ratifica e all’attuazione delle convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Il capitolo protegge il diritto di ciascun lato di regolamentare le questioni relative al lavoro, ma impedisce alle parti di modificare gli standard lavorativi in modo da incoraggiare il commercio o attrarre gli investimenti. Esso assicura che le organizzazioni non governative siano coinvolte nell’attuazione delle disposizioni del capitolo e stabilisce un meccanismo di applicazione vincolante di queste ultime.
Il Canada ha ratificato sette delle convenzioni fondamentali e ha avviato il processo di ratifica di quella rimanente (Convenzione sul diritto di organizzazione e di negoziazione collettiva, 1949 (C98)).

7. Il sistema di risoluzione delle controversie investitori-Stato mette a rischio l’esercizio della sovranità nazionale, il principio di uguaglianza ed il principio di indipendenza e imparzialità dei giudici: FALSO!
I meccanismi di risoluzione delle controversie investitori-Stato sono degli strumenti presenti oggi in 1.660 trattati bilaterali sugli investimenti conclusi anche dagli Stati membri dell’Unione europea e in particolare dall’Italia.
A livello di Unione europea è stata lanciata negli ultimi anni una riflessione approfondita sulla possibilità di trasformare questi meccanismi dando regole più chiare e trasparenti in merito alla scelta degli arbitri, chiedendo la creazione di un codice di condotta, così come la creazione di un organo di appello. Il vecchio e tanto criticato (a ragione!) ISDS è stato sostituito oggi da un altro meccanismo, l’ICS, una corte pubblica multilaterale, che prevede:
– l’istituzione di una corte pubblica permanente, con due livelli di giudizio (tribunale di prima istanza e appello), che sostituisce un sistema di arbitri che erano convocati e remunerati ad hoc;
– la scelta dei giudici per estrazione a sorte dalla lista di 15 giudici permanenti (5 scelti da UE, 5 da Canada e 5 da Paesi terzi) con un codice di condotta vincolante;
– la tutela esplicita del diritto degli Stati a legiferare per attuare obiettivi legittimi di politica pubblica.
Il Canada, ad accordo concluso, ha dimostrato la sua apertura ad includere queste modifiche sostanziali nell’accordo. Il nuovo ICS però, deve rappresentare una transizione migliorativa verso la creazione di una corte multilaterale, per cui entrambe le parti stanno già lavorando anche in sede OMC.