100 miliardi in 10 anni, quanto ci costa abbandonare Schengen

100 miliardi in 10 anni, quanto ci costa abbandonare Schengen

100 miliardi in 10 anni, quanto ci costa abbandonare Schengen 150 150 Nicola Danti

Su l’Unità di oggi trovate un mio intervento sui costi legati al superamento del sistema di Schengen. Lo potete leggere in versione integrale qui di seguito:

Nei giorni scorsi mi sono soffermato a leggere i risultati di un sondaggio sulla percezione che gli europei hanno del sistema di Schengen. I dati erano allarmanti: il 56% degli italiani sarebbe a favore del ripristino dei controlli alle frontiere interne europee, mentre solo il 12% vorrebbe mantenere la libertà di circolazione. Risultati poco migliori venivano dagli altri Paesi presi in considerazione: l’emergenza migranti ha scatenato le reazioni che abbiamo visto ai confini francesi, austriaci, greci o danesi, ed in molti angoli d’Europa sembra tornare la voglia di rafforzare le frontiere interne.

Da questo momento buio possiamo però venire fuori con un messaggio di speranza.

Il diritto alla libera circolazione di persone e merci è il più grande e più concreto traguardo raggiunto dal processo d’integrazione europeo ed è tutt’ora il simbolo più vivo di un’Europa libera e pacificata. Oggi questo traguardo rischia di essere sacrificato sull’altare degli egoismi nazionali. Per rilanciare il sogno di un’Europa unita e difendere al tempo stesso la nostra sicurezza occorre da una parte rafforzare i controlli alle frontiere esterne e dall’altra condividere realmente tra tutti gli Stati membri gli oneri dell’accoglienza dei migranti aventi diritto. Se le considerazioni politiche non fossero sufficienti a persuaderci della necessità della salvaguardia del principio di libera circolazione, arrivano anche i numeri a confortarci: Schengen conviene, e conviene a tutti.

Il Parlamento europeo ha infatti calcolato i costi che l’economia europea dovrebbe sopportare in caso di superamento del sistema Schengen: una cifra compresa tra 5 e 18 miliardi di euro all’anno, con la stima più probabile fissata a 7,1 miliardi (di cui 500 milioni solo in Italia). Se venissero ripristinati i controlli alle frontiere, a farne le spese sarebbe prima di tutto il comparto dei trasporti su gomma, con un aumento di costi pari a 3,4 miliardi. I quasi due milioni di cittadini che ogni giorno per lavoro attraversano una frontiera nell’area Schengen sarebbero costretti a subire un ulteriore esborso stimato in 3 miliardi. Tali previsioni non tengono conto, poi, delle ricadute negative sul turismo (altre perdite per 10-20 miliardi all’anno).

La sopravvivenza stessa del mercato comune per come lo conosciamo sarebbe messa a repentaglio: si rischierebbe una perdita netta pari al 10% nelle relazioni commerciali tra Paesi Ue oggi appartenenti all’area Schengen (equivalente a una “tassa ombra” del 3% su ogni singolo bene o servizio scambiato). Da qui a 10 anni, il Pil della zona Schengen subirebbe una contrazione di oltre 100 miliardi di euro. Una cifra enorme, che non tiene conto degli altrettanto enormi costi politici cui andremmo incontro bloccando sine die il processo di integrazione europea.

Insomma: anche a livello economico, all’Europa costerebbe infinitamente meno pianificare la gestione del fenomeno migratorio in una prospettiva comune, condivisa e di lungo periodo. Chi suggerisce di rispondere all’emergenza migranti in modo semplicistico chiudendo le frontiere, non solo non ha a cuore l’unione dei cittadini europei: non ha a cuore nemmeno i loro portafogli. Chi tiene agli interessi del proprio Paese sarà in prima linea a difendere Schengen e sta a noi farlo capire agli italiani oggi disposti a farne a meno. Spesso ci risulta difficile apprezzare le piccole o grandi conquiste di cui godiamo ogni giorno. Riconquistarle una volta perdute, però, sarebbe ancora più difficile. L’Ue può evitare questo errore, ricordandosi che a volte la scelta più umana è anche quella più conveniente.

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