La costruzione di un mercato europeo della sharing economy – l’Unità

La costruzione di un mercato europeo della sharing economy – l’Unità

La costruzione di un mercato europeo della sharing economy – l’Unità 150 150 Nicola Danti

Con la ripresa che ancora stenta a consolidarsi in Europa, ogni settore in grado di generare crescita diventa essenziale per l’economia del continente. Tanto più in un contesto globale segnato dalla crisi della globalizzazione e dal ritorno sulla scena dei protezionismi. L’economia collaborativa (o sharing economy), rappresenta in questo senso una straordinaria opportunità per l’UE, per una crescita fondata su innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e su un modello sociale più inclusivo.

Nei mesi scorsi sono stato nominato relatore per il Parlamento europeo su questo tema cruciale. La mia relazione sull’economia collaborativa, presentata questa settimana in commissione “Mercato interno e protezione dei consumatori”, risponde alla comunicazione della Commissione Europea e arriverà in plenaria per l’adozione definitiva da parte del Parlamento nella prossima primavera.

L’economia collaborativa è un fenomeno in crescita, che coinvolge fasce sempre maggiori di popolazione (secondo Altroconsumo il 62% degli italiani ha partecipato almeno una volta ad attività di consumo collaborativo) e fa parte della più ampia rivoluzione digitale in atto. Alla sua base sta un principio semplice: il sempre più frequente passaggio dal possesso alla condivisione di prodotti e servizi. Un universo in espansione, che va ben oltre i giganti globali come Airbnb e Uber e che vede coinvolte sempre di più piccole start-up e PMI locali. Si stima che nel 2015 le piattaforme attive nei settori chiave dell’economia collaborativa (alloggi, home restaurant, servizi, trasporti e capitali) abbiano generato ricavi sul territorio UE per 3,6 miliardi di euro, con una crescita annua superiore al 25%.

La sharing economy presenta tuttavia anche alcuni rischi che solo un quadro normativo comune può scongiurare. Per consentire lo sviluppo equilibrato del settore senza al tempo stesso limitarne le potenzialità, le istituzioni europee – assieme a governi nazionali e amministrazioni locali – devono concordare alcune regole, chiare e lungimiranti: per ridurre il rischio di concorrenza sleale tra i settori tradizionali e le piattaforme di collaborazione; per garantire eque condizioni di lavoro e un’adeguata protezione sociale ai lavoratori; per uniformare gli obblighi fiscali e rispettare il principio per cui le imposte devono essere pagate nel luogo in cui gli utili sono generati, e soprattutto per tutelare i consumatori europei.

Al centro del nostro approccio deve essere una più chiara distinzione tra prestatori di servizi professionali e non, ma anche una definizione puntuale delle responsabilità e degli obblighi (anche fiscali) di piattaforme, consumatori e prosumers (prestatori di servizi non professionali). Non esiste, ancora, un mercato unico europeo della sharing economy. Il documento di cui sono relatore rappresenta un contributo ad una sua armonica costruzione. Per creare una via europea all’economia collaborativa, dobbiamo partire dall’esperienza delle nostre comunità locali – dove l’impatto della sharing economy sulle dinamiche economiche e sociali è in molti casi già evidente. Non è un caso se le prime a darsi una regolamentazione in materia sono state le città, i luoghi in cui la densità di popolazione e la vicinanza fisica favoriscono naturalmente l’adozione di pratiche collaborative.

L’economia collaborativa può offrire importanti opportunità a tutti i settori della società, compresi quelli più colpiti dalla crisi, così come a tutte le aree geografiche del continente – a partire da quelle più depresse. Un suo sviluppo equo e ben regolamentato può garantire all’Europa non solo un’importante promessa di crescita economica, ma anche la possibilità di dare risposte a tanti nostri concittadini per i quali le piattaforme collaborative online sono ormai entrate a far parte della routine quotidiana. Del resto, occuparsi dei problemi di oggi con lo sguardo alle sfide di domani è la miglior risposta che l’Europa può dare a chi la ritiene poco più di un’inutile costruzione burocratica.

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