Missione PD ai confini ungheresi. C’è un’Europa più forte dei muri e del filo spinato

Missione PD ai confini ungheresi. C’è un’Europa più forte dei muri e del filo spinato

Missione PD ai confini ungheresi. C’è un’Europa più forte dei muri e del filo spinato 960 720 Nicola Danti

Il cielo azzurro, il pulmino con a bordo la delegazione di parlamentari del Pd attraversa le strade libere di una bella domenica mattina di settembre. Budapest appare nel suo splendore di città Mitteleuropea e la sua periferia come quella di una qualsiasi città europea, con palazzi nuovi e centri commerciali. Eppure, quella domenica non sarebbe stata per noi una domenica normale. É stata una domenica che ha fatto scorrere immagini davanti ai nostri occhi che non avremmo voluto vedere nel nostro continente. La strada che porta dalla stazione di Hegyeshalom é segnata dal passaggio di un mondo: coperte, oggetti personali, sono la testimonianza di un esodo.  Il sentiero della storia passa da queste strade e la storia un giorno giudicherà  l’Europa, i suoi politici. Percorriamo la strada cercando il popolo errante fino a giungere alla frontiera austriaca. Sul confine non c’è polizia, ma solo i volontari pronti ad offrire qualche genere di conforto. Al di là del confine, in Austria, tra le  tende bianche, una moltitudine di persone. In fila, pronte a raggiungere qualche località dell’Austria con i pullman messi a disposizione delle autorità. Tutto sembra abbastanza ordinato ed il clima abbastanza sereno. Incrocio gli sguardi degli uomini e delle donne. Sui loro volti un misto di stanchezza e preoccupazione. Con loro tanti bambini. Sui più piccoli é facile scorgere un sorriso. Hanno la loro mamma e il loro babbo vicino e forse si sentono per questo tranquilli. Ripartiamo dopo aver parlato con alcuni di loro e aver constatato una efficiente e accogliente organizzazione delle autorità austriache. Ci attende un viaggio lungo. Il confine croato dista quattro ore di pulmino. Solo una breve pausa per un panino. Il cielo si é velato e l’arrivo alla frontiera croata é preceduto da immagini non rassicuranti. In lontananza si scorge il movimento di mezzi blindati e uomini intenti a erigere una barriera di filo spinato. Una fila di autobus scalcinati é in attesa di prendere a bordo il popolo errante per trasportarlo alla stazione più vicina e fargli raggiungere, nel più breve tempo possibile, il confine austriaco dove eravamo la mattina. Ci vengono incontro dei blindati con mitragliatrice. Improvvisamente mi sembra di tornare a quando da bambino mi é capitato di passare la frontiera tra ovest e est. Sembra di essere tornati ai tempi della guerra fredda. Il filo spinato si perde lontano lungo il confine a destra e a sinistra del piccolo varco che separa due stati dell’Unione europea. Quattro metri…..quattro metri che consentono il passaggio tra due nazioni i cui rappresentanti siedono nello stesso parlamento ….. Intorno, solo filo spinato. In questa realtà la bandiera dell’Europa appare stonata. Che Europa é questa? Che Europa é quella che divide due Stati con una barriera di filo spinato? Che Europa é quella che “accoglie” uomini, donne e bambini che fuggono dalle persecuzioni politiche con militari in assetto di guerra? In questo lembo di terra, dove sono i valori dei nostri trattati che declamiamo solennemente nelle aule parlamentari e nelle istituzioni europee? L’ironia della sorte vuole che l’Europa sia su un cartello che ricorda come la strada che collega Ungheria e Croazia sia oggetto di un finanziamento comunitario per il suo miglioramento. Appare talmente in contrasto che ho deciso di fare una interrogazione parlamentare per richiedere la revoca di questo finanziamento. Fin dalla partenza avevo in mente un gesto, qualcosa che simboleggiasse visivamente il nostro dissenso a questa Europa fatta di muri e filo spinato. Siamo guardati a vista e un gesto in questa situazione appare quanto mai rischioso. É cosi che decidiamo di raggiungere il muro in un altro punto per poter esprimere il nostro dissenso. Il pulmino non ci consente di avventurarci per strade sterrate e piene di fango. Ci danno una mano i volontari delle UNHCR, che ci mettono a disposizione un piccolo Suv e ci guidano su strade impantanate verso il confine. La strada ad un certo punto non ci permette di andare avanti, troppo fango. Non ci pensiamo un minuto e ci incamminiamo a piedi. Google maps ci dice che il confine non é lontano ma la strada é un pantano e si fatica non poco a stare in piedi. In lontananza vediamo arrivare due camion militari, penso che forse ci fermeranno, invece scorrono via senza chiederci nulla. Corriamo verso la meta, si sta facendo buio e il silenzio attorno a noi comincia ad essere inquietante. Finalmente, dopo una curva, in lontananza, si materializza davanti a noi una lunga striscia grigia. É il muro di rete e filo spinato. Acceleriamo. La rete é nuova perfettamente tirata, nessun segno del tempo. Una barriera recente, con non più di qualche giorno di vita e per questo ancora più terribile. Non é un avanzo della storia, non é un avanzo della cortina di ferro. É la testimonianza contemporanea della crisi dei nostri valori, della nostra Europa. Avendo pensato a qualcosa del genere avevo messo nel mio zaino le armi necessarie: carta da pacchi e pennarelli. Ormai é quasi buio. Miracolosamente tiriamo fuori lo slogan “No walls in Europe”.  Appoggio il foglio sul reticolato e Mauro scrive il nostro messaggio. Una foto …. e via si torna indietro. Ormai é buio e il telefonino diventa la nostra torcia. In questo lembo di terra d’Europa, con negli occhi gli sguardi dei bambini, delle donne e degli uomini, lo abbiamo gridato il nostro no ai muri, che é anche la nostra promessa di lavoro quotidiano per una Europa diversa.

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