Rider, il mio articolo per l’Huffington Post

rider

Rider, il mio articolo per l’Huffington Post

Rider, il mio articolo per l’Huffington Post 630 315 Nicola Danti

Giusto accendere i riflettori sui diritti dei “#rider” (i fattorini che consegnano il cibo a domicilio per piattaforme online come Foodora e Deliveroo), ma occorre farlo in modo serio. Ad esempio, applicando anche ai lavoratori dell'”economia dei lavoretti” la distinzione tra professionisti e non, come proposto nella mia relazione sulla sharing economy. Ne parlo su HuffPost Italia.

Leggi l’articolo su Huffpost Italia

Quello dei diritti dei “rider” – i fattorini che consegnano il cibo a domicilio per piattaforme online come Foodora e Deliveroo – è un tema sul quale la politica ha giustamente iniziato a porre la propria attenzione. L’ha fatto, però, talvolta impugnando la questione da un punto di vista ideologico e troppo spesso scegliendo la via della semplificazione.

Iniziamo quindi a inquadrare la questione nella giusta ottica. Oggi i rider in Italia (almeno quelli impiegati dalle piattaforme principali) sono circa 10.000. Una platea composta per almeno il 60% da studenti, che attraverso questi “lavoretti” riescono a ripagare le proprie tasse universitarie e non solo. Niente di nuovo da questo punto di vista: da decenni gli studenti sono abituati a cimentarsi in occupazioni part time per ripagare le spese cui vanno incontro ogni mese. I rider non sono che un’evoluzione resa possibile dalle piattaforme online di lavori che sono sempre esistiti.

Il problema sorge invece quando i “lavoretti” diventano una vera e propria professione a tempo pieno, ed è qui che la politica degli slogan rischia di fare i danni maggiori.

Pensare di poter equiparare tutti i lavoratori della gig economy (letteralmente, l'”economia dei lavoretti”) a prestatori di lavoro subordinato (cioè, a lavoratori dipendenti), come ha lasciato intendere il Ministro Di Maio, è soltanto l’ennesimo annuncio irrealizzabile di questo governo e comporterebbe svantaggi per tutte le parti in causa. A partire dai lavoratori stessi.

Quello che serve nel regolare le nuove sfide poste dalla gig economy è prima di tutto una chiarezza nei principi da seguire, da applicare attraverso normative flessibili in grado di adattarsi a un settore in così rapida evoluzione.

Come relatore del dossier del Parlamento europeo sulla sharing economy, ho messo al centro della nostra proposta la distinzione tra prestatori di servizi professionali e non. Questa separazione dovrebbe valere tanto per stabilire regole valide per le grandi piattaforme collaborative (da Airbnb in giù), ma a maggior ragione anche per i rider e per le piattaforme della gig economy.

Occorre fissare regole e tutele specifiche per chi conduce un’attività complementare ad altri redditi, e dall’altra parte garantire chi sceglie di lavorare sulle stesse piattaforme in modo professionale applicando le norme già previste dai contratti esistenti per lavori simili.

Questo, a sua volta, può essere fatto fissando delle soglie precise:

  • in termini di ore dedicate al lavoro sulle piattaforme ogni settimana
  • in termini di redditi generati annualmente dalle stesse attività.

Superati quei valori la prestazione è da considerarsi come un servizio professionale, con tutte le tutele già garantite ai lavoratori autonomi o dipendenti (a seconda dei casi e delle piattaforme) dalla normativa di riferimento.

Con l’introduzione di soglie ben definite, non ci sarebbe bisogno di perdere altri mesi nella redazione di un nuovo contratto collettivo per i rider. Tutto può essere ricondotto nei canali tradizionali del lavoro autonomo e dipendente. E se è facile ipotizzare che le aziende preferiranno mantenere una grossa quota di “non professionisti”, questo darebbe maggiore potere contrattuale proprio alle categorie che fino a oggi hanno avuto meno voce, come gli studenti lavoratori.

Accanto a questa distinzione, occorrerà mettere in atto la proposta del Partito Democratico sul salario minimo legale. La garanzia di un salario orario minimo tutelerebbe tutti i lavoratori di questo settore, anche i non professionisti.

Nella mia relazione sulla sharing economy avevamo chiesto alla Commissione europea di impegnarsi a dare linee guida e criteri utili agli stati membri per fissare le soglie tra professionisti e non professionisti. Adesso questa richiesta si fa ancora più urgente, per dare anche all’Italia regole in grado di tutelare i rider e garantire uno sviluppo più giusto dell'”economia dei lavoretti”.

Preferenze Privacy

Quando si visita questo sito, è possibile che le informazioni nel browser vengano archiviate da servizi specifici, in genere sotto forma di cookie. Qui puoi cambiare le tue preferenze sulla privacy. Il blocco di alcuni tipi di cookie potrebbe influire sulla tua esperienza su questo sito e sui servizi che siamo in grado di offrire.

Leggi la Privacy Policy

Per ragioni di performance e sicurezza il sito utilizza Cloudflare
necessario
Abilita/disabilita Google Analytics
Abilita/disabilita Google Fonts
Abilita/disabilita video incorporati

Il sito utilizza cookies. Imposta le tue preferenze sulla Privacy e/o accetta l'utilizzo dei cookies.